La felicità in pratica
- domingoferrandis1
- 5 lug
- Tempo di lettura: 8 min
Psicologia positiva, comunità e benessere come processo condiviso
Domingo Ferrandis · European Social Art / SOLIS SRLS · 2026
«Io ho ucciso Emerenc Szeredás.»
Magda Szabó, Az ajtó (La porta), 1987 — prima frase
Il romanzo si apre come una confessione e l’intera opera è il tentativo di spiegare quella frase. Magda —alter ego della stessa Szabó— inganò la sua domestica Emerenc Szeredás perché aprisse la porta di casa : le gridò che c’era un incendio. Emerenc, rimasta paralizzata sul pavimento per giorni dopo un ictus, reunì le ultime forze e girò la chiave. Medici, autorità sanitarie, vicini di casa entrarono. Il mondo che lei non aveva mai lasciato che la vedesse, la vide. Emerenc sopravvisse all’ictus; non sopravvisse all’umiliazione. Morì in ospedale voltando le spalle a Magda. La porta che Magda aprì in casa di Emerenc finì per aprirne un’altra, molto più difficile da chiudere : quella della propria colpa.

Szabó conosceva bene quel territorio. Il regime stalinista ungherese le ritirò il Premio Baumgarten lo stesso giorno in cui glielo avevano assegnato : fu licenziata dal Ministero e messa a tacere per nove anni. In quel periodo scrisse nel cassetto e insegnò nelle scuole elementari. Il romanzo nacque da un doppio silenzio —quello politico e il debito morale nei confronti di Szőke Julianna, la donna reale che ispirò Emerenc, che Szabó descrisse come «l’altra madre che prese il posto di quella morta». Quando Szabó morì nel 2007, dispose nel testamento che l’urna di Julianna fosse trasferita nella tomba della coppia al cimitero di Farkasreti, a Budapest. Le autorità ungheresi non autorizzarono l’iscrizione del suo nome sulla lapide. Szőke Julianna riposa anonima nella tomba dei due scrittori che l’hanno immortalata.
Quella storia —con tutta la sua densità di trauma, potere, codipendenza e amore che distrugge ciò che vuole salvare— fu l’asse narrativo del secondo workshop di Happiness in Practice a Valencia (marzo 2026). Non per un’analisi accademica : per usarla come ciò che il toolkit chiama «resonanza proiettiva protetta». I partecipanti potevano affrontare dignità, limiti e cura attraverso i personaggi, senza esporre la propria vita se non lo desideravano. A Valencia emersero parole come tradimento, colpa, limite, potere, sacrificio, silenzio. I partecipanti italiani si concentravano sulla psicologia interna del legame; quelli spagnoli davano maggiore peso all’asimmetria sociale. Nessuna lettura ne annullava un’altra. La tensione tra loro era il materiale.
“Si può distruggere qualcuno agendo per amore.” — Happiness in Practice, workshop di Valencia, marzo 2026
Il problema che nessuno vuole nominare
Il Flash Eurobarometro 530 sulla salute mentale (ottobre 2023) ha prodotto un dato che avrebbe dovuto fermare almeno una riunione di consiglio dei ministri : il 46 % dei cittadini europei ha dichiarato di aver vissuto un problema emotivo o psicosociale nei dodici mesi precedenti. Di questo gruppo, il 54 % non ha cercato aiuto professionale (Commissione europea, 2023). Non è soltanto un problema di offerta clinica : è un problema di accesso, di stigma e, più fondamentalmente, di come una società intende che il disagio emotivo possa essere affrontato prima di diventare malattia. Prima della diagnosi. Prima della soglia clinica.
Happiness in Practice: Positive Psychology & Community Resilience (n. 2025-1-IT02-KA210-ADU-000350376) colloca lì la sua scommessa. È un progetto Erasmus+ di cooperazione su piccola scala nell’educazione degli adulti, sviluppato da SOLIS SRLS (Italia), European Social Art (Spagna) e Projects For Europe (Belgio). Il suo Toolkit per la pratica educativa e comunitaria condensa la metodologia risultante da due workshop internazionali —Modena, gennaio 2026 ; Valencia, marzo 2026— e offre strumenti a professionisti che lavorano con adulti in contesti di vulnerabilità, isolamento o transizione di vita. Il toolkit non terapeutizza. Non promette. Propone condizioni.
Il quadro teorico centrale è il modello PERMA di Seligman : cinque dimensioni del fiorire umano —emozioni positive, coinvolgimento, relazioni, senso e realizzazione— non intese come obiettivi astratti ma come assi lavorabili attraverso pratiche concrete (Seligman, 2011). Ciò che conta nella riformulazione di Seligman in Flourish è l’abbandono della «felicità» come stato edonico e la sua sostituzione con il fiorire : più complesso, più relazionale, più vicino a ciò che qualsiasi facilitatore riconosce in un gruppo che funziona.
“Il benessere non si trasmette come un contenuto chiuso : si sperimenta, si riflette e si costruisce con gli altri.”
PERMA nel corpo : dalla teoria alla sala
Il toolkit non cita Seligman per legittimarsi : lo incorpora come struttura operativa che orienta i sette strumenti proposti. Il quadro concettuale che articola l’intera proposta è la Comunità di Pratica come formulata da Jean Lave ed Etienne Wenger in Situated Learning (1991) : apprendere non è acquisire contenuti ma partecipare a pratiche sociali significative, in contesti reali, con persone che condividono dominio, comunità e pratica. Tre decenni dopo, quel quadro rimane la descrizione più precisa di ciò che fa questo toolkit : non forma, accompagna. Non trasmette, co-crea.
Tabella 1. Toolkit Happiness in Practice : strumenti, tipo e funzione principale.
Strumento | Tipo | Funzione principale |
Yoga della Risata | Attivazione corporea | Abbatte le barriere linguistiche e culturali senza linguaggio verbale ; coesione immediata |
Cerchio dell’Empatia | Ascolto strutturato | Presenza senza dibattito ; profondità relazionale graduale |
La Porta (Szabó) | Lettura condivisa / riflessione etica | Affronta dignità, limiti e cura senza richiedere autobiografia |
Il Filo Rosso | Simbolo di coesione | Rende visibile l’interdipendenza ; rituale di apertura o chiusura |
Pratiche di Psicologia Positiva | Riflessione sulle risorse | Punti di forza, gratitudine, bisogni ; 10–30 min ; entrata o uscita dalla sessione |
Pratiche Quotidiane | Micro-pratiche quotidiane | Continuità tra sessioni ; accessibili, non prescrittive |
Mappa Emotiva Comunitaria | Lettura collettiva partecipativa | 5 livelli concentrici : dal bisogno individuale alla risorsa culturale |
Il corpo come porta d’ingresso
L’impegno metodologico più radicale del toolkit non è nessun esercizio specifico : è l’insistenza sul fatto che il benessere non si lavora solo attraverso il linguaggio. Il corpo, il respiro, il gesto, il simbolo, il silenzio condiviso sono linguaggi con uguale statuto epistemologico rispetto al discorso. Al workshop di Valencia, lo Yoga della Risata —creato dal medico indiano Madan Kataria, che combina risata indotta e respirazione consapevole— demolì le barriere linguistiche tra partecipanti italiani e spagnoli nei primi minuti di ogni giornata. La coesione non si spiega : si produce.
Quel principio si collega a ciò che le neuroscienze contemporanee chiamano cognizione 4E : embodied, embedded, enacted, extended. Il benessere che questo toolkit persegue non risiede nella mente come entità astratta ma nella dinamica di un corpo situato in uno spazio, con altre persone, nel tempo. Modificare il corpo —la postura, il respiro, il contatto visivo, la risata condivisa— modifica lo stato interno. Senza tecnicismi : ciò che lo Yoga della Risata ottiene in cinque minuti, nessuna spiegazione teorica lo eguaglia.
Figura 1. Struttura a cinque livelli della Mappa Emotiva Comunitaria (MEC).
Lo strumento più ambizioso del toolkit è la Mappa Emotiva Comunitaria (MEC). Non è una mappa geografica né un questionario : è una pratica partecipativa che guida il gruppo dal nucleo personale —di cosa ho bisogno oggi— fino alla dimensione territoriale —quali risorse culturali esistono nel mio ambiente. Il quinto livello, corpo e coesione, non è il più esterno ma l’asse che attraversa tutti gli altri.
N1 · Bisogni emotivi |
N2 · Nutrimento relazionale |
N3 · Empatia e limiti |
N4 · Risorse culturali e artistiche |
N5 · Corpo e coesione — asse trasversale |
“Il benessere comunitario si costruisce non solo attraverso le parole, ma anche attraverso il gesto, il ritmo, il movimento e le pratiche condivise.”
L’empatia che ha bisogno di limiti
La domanda che La porta ha sollevato al workshop di Valencia è la stessa che Szabó non risolve nel romanzo : dov’è il confine tra aiutare e controllare? Emerenc intende la felicità come controllo assoluto sulla propria vita ; la dignità pesa più della salute fisica. Preferisce morire nella sua sporcizia piuttosto che essere vista nella sua vulnerabilità. Per lei, l’intervento non è salvezza : è la fine. Il suo mondo segreto —i gatti, gli oggetti accumulati, la memoria del trauma di quella notte in cui i fratelli gemelli morirono colpiti da un fulmine e la madre si gettò nel pozzo— era l’unica cosa che la faceva essere se stessa. Magda, al contrario, intende la felicità come protezione, medicina, ordine. Interviene convinta che salvare una vita sia il bene maggiore. Ne esce con il successo letterario e una certezza che non la abbandona : si può distruggere qualcuno agendo per amore.
Quella distinzione —che il toolkit formula con chiarezza metodologica— si collega a ciò che le neuroscienze dell’empatia hanno documentato : la differenza tra risonanza affettiva —sentire con— e preoccupazione compassionevole —agire dalla prospettiva dell’altro rispettandone l’autonomia. Singer e Klimecki (2014) hanno mostrato che la risonanza non regolata produce burnout empatico nel curante ; la compassione con distanza regolata produce benessere. Il toolkit non cita questo lavoro ma lo pratica : la cornice educativa e non terapeutica è esattamente quel meccanismo di regolazione. Ascoltare senza invadere. Accompagnare senza appropriarsi. Essere presenti senza trasformare la cura in controllo.
“L’empatia non può essere concepita solo come apertura affettiva : richiede limiti, rispetto e consapevolezza del potere.”
Gli spazi culturali come infrastruttura del benessere
Il workshop di Valencia si è svolto alla Biblioteca Pilar Faus e al Museo de Bellas Artes. Quella scelta non era logistica : era metodologica. Il toolkit postula che biblioteche, musei e centri civici siano infrastrutture del benessere —spazi di incontro, linguaggio simbolico, riconoscimento e appartenenza che non patologizzano. Andare in una biblioteca non è andare dal medico. Quella differenza riduce lo stigma e amplia l’accesso, con implicazioni politiche che il documento non formula esplicitamente ma che qualsiasi lettore o lettrice con esperienza nel settore può leggere tra le righe.
La sostenibilità dell’approccio dipende, secondo gli autori, non dalla replicazione esatta dei suoi strumenti ma dalla capacità di ogni contesto di costruire una facilitazione accurata, una comunità di pratica e un’apertura alle risorse del territorio. La metodologia è modulare, adattabile e sufficientemente robusta per funzionare in sessioni di novanta minuti o in itinerari di tre incontri. Non richiede infrastruttura clinica. Richiede la presenza reale di chi facilita —e questo, annota onestamente il toolkit, non si improvvisa.
“Il miglior pianificatore non è quello che include più attività ma quello che sa scegliere ciò di cui questo gruppo ha bisogno in questo momento.”
Cosa apporta e cosa lascia aperto
L’Happiness Toolkit è una rarità nell’ecosistema Erasmus+ : una risorsa che rinuncia alla grandiosità istituzionale e rimane con ciò che ha testato in sala. La sua forza è la coerenza tra quadro teorico —psicologia positiva, comunità di pratica, cognizione incarnata— e progettazione metodologica. I suoi limiti sono quelli di qualsiasi progetto di cooperazione su piccola scala : il campione è ridotto, i contesti sono specifici, e l’evidenza di impatto è qualitativa e emergente, non controllata. Ciò che ancora non ha è un protocollo di valutazione longitudinale che consenta di sapere se quelle micro-pratiche quotidiane lasciano una traccia misurabile nel benessere percepito a sei o dodici mesi.
Questo non invalida la proposta. La invalida chi si aspetta che il benessere sia un problema di applicazione mobile. Ciò che questo toolkit offre è qualcosa di più antico e più difficile : le condizioni perché le persone possano, per un momento, smettere di essere sole in ciò che sentono. Szabó lo sapeva quando scriveva quella prima frase. Sapeva che l’amore senza limiti distrugge ciò che pretende di salvare, e che l’unico modo di onorare Emerenc era scrivere senza bugie. In un continente in cui il 46 % della popolazione adulta ha vissuto l’anno scorso un episodio di disagio emotivo senza chiedere aiuto, ciò che questo toolkit propone non è poco. È, forse, esattamente ciò che serve.
Riferimenti bibliografici
Commissione europea. (2023). Salute mentale (Flash Eurobarometro 530). Direzione generale della salute e della sicurezza alimentare. https://europa.eu/eurobarometer/surveys/detail/3032
Ferrandis, D., & Solís, A. M. (2026). Happiness in Practice: Positive Psychology & Community Resilience. Toolkit per la pratica educativa e comunitaria (Progetto Erasmus+ n. 2025-1-IT02-KA210-ADU-000350376). SOLIS SRLS / European Social Art.
Lave, J., & Wenger, E. (1991). Situated learning: Legitimate peripheral participation. Cambridge University Press. ISBN 978-0-5214-2374-8
Seligman, M. E. P. (2011). Flourish: A visionary new understanding of happiness and well-being. Free Press. ISBN 978-1-4391-9075-3
Singer, T., & Klimecki, O. M. (2014). Empathy and compassion. Current Biology, 24(18), R875–R878. https://doi.org/10.1016/j.cub.2014.06.054
Szabó, M. (1987). Az ajtó [La porta]. Magvető. (Edizione italiana : Einaudi, 2005). ISBN 978-88-06-17361-0
Wenger, E. (1998). Communities of practice: Learning, meaning, and identity. Cambridge University Press. ISBN 978-0-5216-6363-2
Domingo Ferrandis (pen name) · drammaterapista, regista teatrale e scrittore · Valencia / Europa




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